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Intervista a Khashem Gyal

Wednesday, 14 September 2016 12:53 Armando Rotondi Interviste - Cinema
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Il regista tibetano Khashem GyalKhashem Gyal è una delle voci più interessanti dei documentari e del cinema in genere tibetani. Il suo lavoro Valley of the Heroes (2013), visto in Italia nell’edizione 2014 di Intima Lente – Festival di Film Etnografici, rappresenta uno splendido e potente esempio di cinema di indagine e di documentazione che si fa anche passione civile per una cultura, quella tibetana, in una provincia lontana, una cultura che deve essere salvaguardata. Questa salvaguardia passa anche attraverso l’opera di  Gyal, da sempre attento al suo Tibet.

Una conversazione con il regista non è solo un modo per scoprire qualcosa della sua carriera e della sua visione di cinema, ma anche un’opportunità per soffermarsi e riflettere su cosa sia il cinema tibetano e cosa voglia dire essere un filmmaker tibetano con una propria identità forte. Un argomento complesso e affascinante, artisticamente e politicamente.

Quando e come si è avvicinato al cinema documentario?
Quando studiavo alla Qinghai University for Nationalities, ho avuto la possibilità di studiare fotografia con il gruppo Plateau Photographers, facendo con loro alcuni progetti fotografici. Ogni volta  che prendevo un apparecchio fotografico o una camera per catturare un oggetto capace  di muovere il mio animo, mi sentivo come trasportato in un altro luogo -  un luogo tra il soggetto e la lente dell’obiettivo – dove davvero ero in pace mi dimenticavo di me stesso.  Sono ancora in questo luogo e sarò  stanco se un giorno dovessi lasciarlo.
Cosa mi ha fatto  follemente innamorare della straordinaria bellezza delle “lenti”? Quando è iniziato tutto? Il seme di questo interesse fu piantato quando avevo all’incirca dieci anni. Una fortunata coincidenza mi consentì di vedere una camera per la prima volta nella mia città e mi soffermai su quella “scatola magica”.  Tempo  dopo,  possedere una camera divenne per me un sogno.

L’interesse per il suo Tibet, dal punto di vista cinematografico, è nato sin dai tempi dell’università?
Mentre stavo lavorando ad alcuni progetti fotografici, ho trovato la volontà e l’ispirazione di preservare e promuovere la cultura tibetana.  Gradualmente, i miei ulteriori studi di cinema hanno avuto un impatto davvero profondo in questo mio iniziale desiderio. Tuttavia, la mia prospettiva sui film e il cinema si è modificata nel corso del tempo e attraverso il mio percorso di studi e professionale.
Al di là della produzione documentaria, ero molto interessato ai film di finzione. Prima di girare Valley of the Heroes, ho scritto un racconto e ho anche scattato molte fotografie. Ho lavorato su un mio personale progetto fotografico, FRAMED CITY, per gli ultimi tre anni, progetto che intendeva documentare la vita della gente comune nella Cina contemporanea con i suoi drammatici mutamenti sociali. Ogni forma d’arte – finzione, documentario, fotografia – ha la propria peculiarità che può rappresentare la società e riflettermi a livelli differenti

In Valley of the Heroes ha filmato un momento specifico: la transizione culturale e linguistica dei tibetani di Hualong, una remota comunità nell’Amdo, parte di quella che oggi è la Provincia di Qinghai. Come ha iniziato a lavorare a questo progetto? E come si sviluppa la pellicola?
Sono andato a Hualong per la prima volta nel 2009 come insegnante volontario con un gruppo di studenti del Tibetan Studies College del Qinghai University for Nationalities. Degli anziani con cui parlammo iniziarono a piangere quando conversammo in tibetano. Per anni, poche persone erano state in grado di  comprenderle: erano eccitati per il nostro sforzo di far rivivere la loro lingua e la cultura. Ho visto un contesto conflittuale – da un lato la perdita del linguaggio e dall’altro un gruppo di giovani  impegnai a farlo rivivere. Mi chiesi cosa  sarebbe divenuto Hualong nei decenni a seguite. Così ho deciso che valeva sicuramente la pena di documentare quel momento di quella specifica area e che probabilmente il lavoro avrebbe avuto  un impatto positivo sulla comunità e non solo su di essa. A  quel tempo, fotografavo e filmavo per me stesso, ma avevo il desiderio di applicare davvero ciò che avevo imparato. Dopo un po’, con lo splendido aiuto degli amici della comunità e con il team di  lavoro, ho  iniziato a girare il film.  Come hai detto è un film sulla transizione linguistica e culturale a Hualong.

Che riscontro internazionale ha avuto la pellicola?
Il  film è stato proiettato in numerosi festival cinematografici, ma anche nelle università di tutto il mondo. Tra le proiezioni a festival e manifestazioni ricordo quelle a Voices from Tibet: Films and Photography from the Plateau (Repubblica Ceca, 2016); Espiello, International Festival of Ethnographic Documentary (2016); Video Bar at the Hilton Eugene and Conference Center (2016); International Festival of Ethnological Films (Belgrado, 2015); China & Inner Asia Film Expo (2015); Intimate Lens Film Festival (Italia, 2014); ContempoAsian Cinema at Museum of Modern Art (New York, 2014); Comité du Film Ethnographique Jean Rouch International Film Festival (Francia, 2013).
Come dicevo, è stato anche presentato in diverse università come Harvard, Yale, Duke, George Washington, Columbia, Toronto, California-Los Angeles, Tokyo University for Foreign Studies, Qinghai University for Nationalities, Qinghai Normal University, Reed College, Institute National des Langues et Civilazations Orientales (INALCO), Northwest University for Nationalities - solo per fare qualche nome.

Come regista  di documentari, crede che il suo ruolo sia di mostrare e/o studiare un fenomeno (come nel caso della lingua tibetana) o ritiene che il cinema possa avere un ruolo più attivo  nella preservazione sella cultura tibetana?

Fotografia e cinema hanno il potere di scolpire il tempo e preservate certi momenti nella nostra vita. Come filmmaker tibetano, guarderò istintivamente con il mio obiettivo al Tibet e a ciò che a esso è connesso, sperando che attraverso l’esplorazione di storie tibetane si possa ottenere una risonanza in un pubblico che vada al di là del nostro territorio.

Ha lavorato anche su alti progetti riguardanti la cultura tibetana. Ce ne vuole accennare?

Sì, ho lavorato negli ultimi anni a differenti film sul Tibet, la maggior parte sono documentari, a eccezione di un cortometraggio sperimentale dal titolo After a Raining.

Che cosa sono l’Amilolo Film Group e i Plateau Photographers, di cui lei fa parte?
Amilolo è un gruppo di lavoro che è stato fondato mentre ero all’università, con l’obiettivo e la speranza di educare e incoraggiare nuove generazioni di filmmaker tibetani. Plateau Photographers è invece un gruppo partecipativo multimediale che organizza dei training per studenti “delle minoranze” in storytelling e documentaria sui plateau tibetani. È stato fondato con la missione di diffondere media “generati localmente” nelle comunità degli altopiani e di presentare la cultura delle stesse comunità a un pubblico più vasto.

Qual è, secondo lei, il rapporto tra cinema tibetano e cinema cinese?
Il cinema tibetano necessita di un ambiente più aperto e tollerante. Il cinema cinese ha bisogno di voci differenti e diversificate.

Qual è il futuro del cinema tibetano?
Il cinema è una parte della odierna cultura tibetana che deve ancora sbocciare davvero. Nell’ultimo decennio, pochi registi tibetani sono riusciti a emergere. Penso a Pema Tseden e Sonthar Gyal. Anche se allo stato attuale c’è un numero limitato di produzioni, vi sono anche degli sviluppi positivi. Il cinema tibetano deve affrontare molti ostacoli, come ad esempio risorse di  mercato limitate, barriere linguistiche e dialettali (U-tsang, Kham e Amdo), mancanza di diffusione verso un pubblico più vasto, e una serie di problemi legati all’ottenimento dei permessi necessari per i film sulle e delle minoranze.
Il cinema tibetano ha poca scelta e deve seguire la strada della cinematografia indipendente. Tuttavia, ci sono poche possibilità per questo cinema indipendente di trovare  spazio, collocazione, fondi nel circuito cinematografico commerciale cinese. Le poche opportunità inoltre di studiare la  cultura tibetana e la scomparsa di uno stile di vita unico sono altri grossi ostacoli allo sviluppo del cinema tibetano. Il cinema tibetano ha una strada ancora tortuosa davanti a sé.

 

 

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