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Intervista a Midi Z

Saturday, 17 September 2016 12:06 Emanuele Sacchi Interviste - Cinema
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Midi Z alla Mostra del cinema di VeneziaDi origini cinesi, nato in Myanmar nel 1982, emigrato a Taiwan ancora adolescente, Midi Z ha uno sguardo decentrato su nazionalità e confini. Fin dal suo esordio la sua attenzione si è concentrata sulla questione birmana e sul significato di dignità e migrazione. Return to Burma (2011), passato al festival di Rotterdam, è un ritratto meditativo e dolente di un paese povero, indecifrabile, strenuamente vivo. In seguito Midi Z si è dimostrato attivissimo, grazie a co-produzioni tra Taiwan, Myanmar e paesi europei. Ha presentato al festival di Berlino i successivi Poor Folk (2012) e Ice Poison (2014), ha diretto il documentario Jade Miners (2015) e una manciata di cortometraggi, mentre il più recente The Road to Mandalay (2016) è passato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori.


Il problema della migrazione clandestina dalla Birmania alla Thailandia, centrale in The Road to Mandalay, mi pare estremamente diffuso e comune a molti migranti. Come è nata l'idea di farne un film?

Anch'io sono nato in Birmania e mi sono trasferito a Taiwan, quindi ho intrapreso un percorso simile a quello della storia narrata. Il film è ispirato a una storia vera avvenuta nel 1992 e riguarda due migranti clandestini, un ragazzo e una ragazza, che entrano in Thailandia per lavorare. Dopo tre anni tornano nella madrepatria per sposarsi, ma dopo tre giorni di matrimonio lui uccide lei e poi si toglie la vita. In seguito si è saputo che la ragazza voleva tornare nuovamente in Thailandia, mentre lui era contrario. Da qui sono partito per raccontare la storia di The Road to Mandalay. Dalla Birmania ci sono tre milioni di lavoratori che si spostano in Thailandia per lavorare, di cui due milioni sono clandestini. Quello che sta succedendo in Europa noi lo viviamo da diversi anni, anche a causa delle guerre e dei regimi che hanno caratterizzato il sud est asiatico.

La Thailandia, che nell'immaginario occidentale può apparire come un Paese povero, qui emerge come una terra della speranza rispetto al Myanmar. Ha un basso grado di disoccupazione infatti, è questo ad attirare molti lavoratori?
È simile a quello che avviene nel Regno Unito per quel che riguarda l'Europa. Se tu lo visiti scopri che la gran parte dei camerieri proviene da altri Paesi, come il Sud Africa. Il nostro Regno Unito è rappresentato da Taiwan o Singapore, mentre la Thailandia è una sorta di soluzione intermedia. Un Paese in via di sviluppo che necessita di forza lavoro, dove la Birmania è un Paese arretrato e sottosviluppato. Ovviamente il lavoro in nero viene pagato molto di più - 5.000 baht al posto di 2.000, per dire - e questo incrementa il flusso migratorio clandestino. Difficile ottenere i documenti e superare la burocrazia, molto più semplice entrare clandestinamente.

Vicino all'epilogo avviene una svolta traumatica. La scena che introduce questo cambio di registro è quella dell'incontro tra Linqiang e il varano, che non so dire se avvenga sul piano della realtà o su uno simbolico.
La sceneggiatura segue la suddivisione in tre atti, tipica di una storia drammatica, ma la prima parte procede più lentamente, mentre in seguito il ritmo accelera. Nello script originale non c'era la scena di sesso con il varano, la protagonista prendeva soldi in prestito per falsificare i documenti necessari. Ho scelto di dare un suggerimento metaforico su come la ragazza potesse risolvere il suo problema, utilizzando il personaggio della coinquilina, anche lei birmana. La prostituzione è la sola prospettiva che vede per salire nella scala sociale, ma mostrare un grasso e vecchio cliente in quella scena sarebbe stato troppo crudele, ho preferito ricorrere a un simbolismo che suggerisse quel che avviene anziché mostrarlo. Ma quello che si vede potrebbe anche essere un incubo, magari di Guo, indotto dall'uso di anfetamine.

Il ricorso alla droga è qualcosa di peculiare: persone molto povere e disposte ad accettare qualunque lavoro finiscono per abusare di anfetamine per poter reggere questi ritmi e quindi spendono soldi per la droga. Una sorta di ciclo infinito del disagio.

L'anfetamina costa davvero poco in Thailandia, la metà di quanto costi in Europa. È purtroppo anche di qualità peggiore, quindi i lavoratori che la assumono per lavorare senza dormire finiscono spesso per impazzire. Avevo un compagno di classe, arrestato dalla polizia, che era dipendente da anfetamina e crystal meth: quando finiva le scorte tornava in Birmania ed era sempre messo peggio sul piano mentale.

Ti definiresti un regista taiwanese o questa definizione non ha più senso in un mondo di co-produzioni panasiatiche?
Penso che sia complesso da dire. Quando avevo sedici anni sono finito a Taiwan, e mi considero una persona molto fortunata. Se non fossi stato fortunato avrei potuto finire come il protagonista di questo film. Quando dieci anni fa sono tornato in Myanmar per far visita a mio nonno, ho dovuto farlo clandestinamente perché non c'era modo di ottenere per tempo i documenti necessari. Mio padre ebbe l'ordine di fermarsi al confine e di rimanere lì finché il Kuomingtang non avesse ordinato di poterlo attraversare. È una sorta di ciclo anche qui: mio bisnonno si trasferì da Nanchino allo Yun'an, mio nonno da lì alla Birmania per sfuggire alla guerra. Siamo nati in Birmania e poi ci siamo trasferiti a Taiwan. Quindi non posso dire di appartenere a una sola nazione.

 

 

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