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Intervista a Mattie Do

Friday, 10 February 2017 11:07 Armando Rotondi Interviste - Cinema
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Mattie DoMattie Do, cineasta laotiana, è una persona simpatica, affabile, disponibile, con un grande entusiasmo e passione. L'abbiamo incontrata nel ristorante-pub (in realtà una cañateca, come si può leggere sotto l’insegna) del Cinema Prado in occasione del Festival Internazionale del Cinema Fantastico di Sitges, tra i più prestigiosi, se non il più prestigioso al mondo per il genere fantastico. Mattie Do, che scopriamo detenere molti primati in patria, presenta qui Dearest Sister (Nong Hak), un film importante per il suo Paese, rischioso, un horror che crea un nuovo genere per il Laos, e che, dopo Sitges, fa tappa a un altro festival di prima fascia, il Black Nights Film Festival di Tallin (Estonia).

 


Ci può parlare del film che ha presentato qui al Festival di Sitges?
Si tratta di Dearest Sister. È un film a suo modo unico, poiché in Laos non abbiamo una forte tradizione nella produzione cinematografica. Anzi, potremmo dire che è quasi inesistente.

In che senso unico?

Abbiamo realizzato in passato alcune belle commedie e alcuni drammi interessanti, anche qualche buon thriller, a dire il vero. Numericamente parliamo di numeri molto bassi. Ma io sono stata la prima regista a realizzare un film horror di produzione laotiana. E ho realizzato un vero horror sovrannaturale. Prima di questa pellicola e del mio precedente lavoro, Chanthaly, non vi era mai stato un horror, o un tentativo di horror, che fosse stato scritto, diretto e prodotto in Laos. Dearest Sister è quindi il secondo horror del Laos – e anche il mio secondo horror e film in generale – ed è stato molto eccitante realizzarlo.

Per quali ragioni?
Ad esempio, è stato davvero interessante lavorare con attori laotiana che non si erano formati all’estero. Quindi senza esperienza di genere. Li ho dovuti formare io sin dall’inizio e istruirli al genere.

Prima di stasera l’unico film di produzione laotiana che ho avuto modo di vedere è stato Good Morning, Luang Prabang di Sakchai Deenna, del 2008. Un film interessante che ho definivo: "Prima opera di carattere commerciale girata nel paese asiatico dall'avvento del comunismo e realizzata con fondi privati. Un film ben girato e che si avvale nella parte del protagonista di un attore non da poco".
Mi fa piacere che venga citato Good Morning, Luang Prabang perché si tratta della stessa casa di produzione di Dearest Sister, anche se ovviamente i generei sono completamente diversi. Lì si trattava di un film per un altro tipo di pubblico, era una commedia romantica e melodrammatica. È stata una sfida per i produttori passare a un film come Good Morning, Luang Prabang al mio, ma ho avuto tutto il loro supporto, perché sono realmente interessati a quello che faccio e che sto cercando di fare. E soprattutto credono sia un qualcosa di nuovo e strano che possa avere davvero un futuro.

Crede  che il nascente horror laotiano da lei rappresentato possa essere influenzato da tradizioni produttive più forti, come l’horror  tailandese, coreano o giapponese?
Non credo. Assolutamente no. E per me questo è un punto cruciale. In primo luogo, io non ho una formazione accademica come filmmaker. Quindi, in realtà, non so molto di cinema, ma mi sono ritrovata, se così vogliamo dire, a realizzare film. Non ho avuto modo di vedere in precedenza molti film e, a dire il vero, ho iniziato a vederli da quando partecipo ai festival. Dopo aver diretto la mia prima pellicola, ho anche iniziato guardare e conoscere il cinema in genere. A confrontarmi. Tuttavia, guardando pellicole soprattutto tailandesi, che sono molto popolari in Laos, ma anche giapponesi e coreane che hanno avuto un boom, mi sono chiesta: “Perché dovrei fare opere che assomigliano a queste?”. Insomma, perché dovevo dirigere le mie pellicole come  tutti si aspettavano, imitando la Tailandia o il Giappone? Il nostro modo di pensare non è come quello tailandese, giapponese, coreano o cinese. La nostra cultura è differente. Quindi, ripeto, perché i nostri film devono assomigliare ai loro?

Che strada ha scelto allora?
Io ho avuto un’opportunità davvero unica: creare dalle basi il genere horror in Laos, creare un mio stile per l’horror laotiano e definire come avrebbe dovuto essere da ora in poi l’horror nel mio Paese. In precedenza, molti imitavano i film tailandesi, perché erano ciò che conoscevano. Ma la mia generazione ha la possibilità di intraprendere un percorso differente e nuovo. Un percorso che porti a uno stile laotiano. Io posso e devo avere uno stile laotiano. Con le nostre peculiarità che sono ovviamente diverse da quelle occidentali, ma anche dalla tradizione giapponese o di qualsiasi altro paese asiatico.

Quali sono le prospettive per il cinema laotiano?
È difficile dirlo, perché non abbiamo una vera industria cinematografica. Abbiamo alcuni produttori, ma ad esempio mancano i registi. Dearest Sister è appena il trentesimo film dell’intera storia produttiva del Paese.

 

 



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