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Intervista a Miki Satoshi

Friday, 02 May 2008 00:00 Emanuele Sacchi Interviste - Cinema
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Intervista realizzata durante il Far East Film Festival 2008.

Look tra il trasandato e il vissuto, cappellino sempre in testa, Miki Satoshi a Udine ha conquistato un po' tutti. Il mix di commedia surreale, retaggi di on the road americano e un fondo di malinconia da Peter Pan che si rifiuta fermamente di crescere paiono gli ingredienti ideali per abbattere le barriere di un pubblico come quello del Far East Film. Poi, se ci si mette un personaggio che si chiama Erecto Man ed è vittima di uno stato di erezione perenne o un neurologo sui generis incarnato dal giullare Suzuki Matsuo, è chiaro che lo status di cult è tuo. E se cult lo sono indubbiamente In the Pool e Deathfix, Tenten aka Adrift in Tokyo è molto di più, una dimostrazione che Satoshi, sotto i panni del clown di genio, porta le stimmate del regista vero. Anche la conversazione con il nostro avvenuta in quel di Udine si è svolta in un clima rilassato e divertito, ammazzando il male di vivere a suon di risate.

Satoshi-san, nelle sue commedie sembra insistere in particolare su vizi e nevrosi della società moderna, portando agli eccessi comportamenti che sono figli dello stress imperante. Si ride di gusto ma ci si guarda anche un po' allo specchio?
Certo le nevrosi mi interessano, probabilmente perché sono nevrotico anch'io (ride, nda). Magari voi italiani avete una sensibilità particolare in questo senso, perché può darsi che situazioni di nevrosi più tipicamente giapponesi risultino meno comprensibili. Di sicuro sono anche personaggi che si prestano a essere trattati nelle commedie, i loro problemi possono portare a situazioni esilaranti.

Rispondendo alla domanda di un collega, ha parlato di Aki Kaurismaki come di una delle sue maggiori fonti di ispirazione (tra le altre citate i fratelli Coen, Robert Altman, Yuzo Kawashima, Teruo Ishii, nda). Mi pare che al regista finlandese la accomuni una certa malinconia di fondo che, sotto la coltre di frizzi e lazzi, lascia emergere il malessere di una società alienante, in cui è palpabile il disagio, in particolare quello vissuto dai lavoratori, dalla gente comune.
Forse è vero, anche nella comicità voglio descrivere il malessere della società, ma soprattutto scagliarmi contro i luoghi comuni che affliggono la nostra società. Ai miei attori chiedo di esprimere questa sensazione, ma senza esagerare, per non uscire dai binari della commedia. Non voglio guidare il mio pubblico verso un certo giudizio, spero che il film, oltre a farli divertire, li aiuti a riflettere sulle tematiche che affronto. La critica spesso mi accusa di girare film senza un tema definito, ma non mi interessa, mi interessa che il pubblico trovi la sua chiave di lettura. Io getto il sassolino nello stagno e spero che si muova qualcosa. Ad esempio in Deathfix c'è una scena in cui una ragazza si grattugia il braccio e si scopre che questo è pieno di wasabi. Una scena così ha suscitato reazioni contrastanti: c'è chi è rimasto irritato e c'è chi mi ha confessato di aver rinunciato a suicidarsi proprio grazie a quella scena! La stessa situazione può essere vissuta con forza o con leggerezza, in modo tragico o comico, è un'esperienza molto soggettiva.

Mi sembra di capire che con la critica non vada molto d'accordo...
Da parte mia non ho niente contro di loro, semmai sono loro che ce l'hanno con me (risate, nda). Tra loro c'è gente che viene alle mie anteprime sistematicamente per poi abbandonarle disgustati. Ma alla fine vengono sempre, quindi in qualche modo sono interessati al mio cinema. Spesso i critici sono personaggi seri, in cerca di riferimenti artistici o colti, e per questo forse nei miei film non trovano quello che cercano. Questo genere di persone spesso si arrabbia con il mio pubblico perché lo vede ridere e non ne capisce il motivo...

Adrift in Tokyo è stato indubbiamente recepito molto meglio dei film precedenti: è consapevole di aver girato quello che forse è il suo capolavoro o sono considerazioni che la interessano relativamente?
No, non credo di essere cambiato o "cresciuto", per me Adrift in Tokyo non rappresenta una svolta. Non c'è un tentativo consapevole di migliorarmi o di cambiare il mio stile, al contrario sono particolarmente affezionato ai miei maggiori insuccessi. I cinque film che ho fatto sono come miei figli, quindi non ne ho uno preferito; anche se uno viene fuori meno intelligente degli altri, lo amo allo stesso modo.

Indubbiamente parte della riuscita delle sue commedie surreali deriva dalla scelta di attori come Odagiri Joe o Suzuki Matsuo, interpreti ideali del genere. Come è venuto in contatto con loro? Li conosceva già prima di girare In The Pool? No, non li conoscevo personalmente prima di girare con loro. Per quanto riguarda Suzuki, sapevo della sua carriera precedente nel teatro comico, e Odagiri era già famoso. Gli chiesi personalmente se il ruolo di Erecto Man poteva andargli a genio: ero convinto che non volesse accettare e invece si è prestato subito per la parte. Forse perché avendo lavorato con diversi registi di diversi ambiti - attualmente ad esempio sta lavorando con il coreano Kim Ki-duk (titolo provvisorio del film Bi-mong, nda) - ha già avuto occasione di imbattersi in ruoli surreali o bizzarri. Lavoro molto bene con entrambi, perché hanno un sense of humour che apprezzo. Sono disponibile alle idee degli attori, ma non c'è molto spazio per l'improvvisazione: salvo rari casi, conta quello che c'è nella sceneggiatura.

Parlando di sceneggiatura, spesso parte da una romanzo, come nei casi di In the Pool e Adrift in Tokyo. Che atteggiamento assume nei confronti del soggetto, di rispetto o di sconvolgimento consapevole?
Prima di tutto leggo il romanzo. Ad esempio, come per Adrift in Tokyo seguo a grandi linee la trama principale, in cui, nella fattispecie, un uxoricida si consegna alla polizia. In un secondo momento vado a trovare lo scrittore e a chiedergli scusa perché sconvolgerò il suo libro sicuramente e non necessariamente per il meglio... (risate, nda)

Quali i progetti futuri? Si tratterà sempre di commedie o desidera cimentarsi con qualcos'altro?
A luglio comincio a girare un nuovo film. Si chiama Instant Numa, ossia "palude istantanea": prende il nome da un piatto che è una sorta di instant noodles in cui al posto della pasta c'è del terriccio, quindi aggiungengo acqua calda diventa una sorta di palude (nonostante reiterate richieste di spiegazione a Satoshi e interprete, la risposta è rimasta oscura esattamente come la leggete... nda). Sul futuro, beh, nell'immediato non credo di cimentarmi con altri generi, ma di certo mi piacciono anche altri generi. Ad esempio i film di David Lynch o Jonathan Demme. Forse l'unico genere che non mi interessa è quello più hollywoodiano, quello dei blockbuster, ma di certo sono stato influenzato dal New American Cinema dei '70, cose come Easy Rider o Two-Lane Blacktop di Monte Hellman, anche e soprattutto per lo spirito che li caratterizzava.

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