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Intervista a Hirayama Hideyuki

Monday, 02 May 2005 00:00 Paolo Bertolin Interviste - Cinema
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Hirayama HideyukiIl regista giapponese Hirayama Hideyuki ha firmato il suo esordio nel 1990, con un film intitolato Maria's Stomach, ma solo nel 1995 ha conseguito l'affermazione di un grande successo commerciale con il primo episodio della serie di horror-comici Gakkou no Kaidan(Haunted School). In seguito ha diretto due sequel del suo campione del box office e ha pure conquistato i favori della critica con Begging for Love del 1998. Ancora poco noto fuori dal Giappone, Hirayama ha realizzato due interessanti pellicole nel 2001: Turn, un fantasy romantico su una ragazza sola che vive in un mondo parallelo durante il coma, titolo per cui si parla di un possibile remake hollywoodiano, e A Laughing Frog, una commedia drammatica venata di satira che ha come protagonista una donna che deve far fronte all'inatteso ritorno a casa di un marito che si era dato alla macchia in seguito alla propria bancarotta. Nel 2002 Out è stato incoronato miglior film dell'anno dalla prestigiosa rivista Kinema Junpo ed è stato selezionato come rappresentante del Giappone nella corsa per gli Oscar 2003. Black comedy politicamente scorretta, Out racconta la storia di quattro donne molto differenti che lavorano in una fabbrica che prepara bento (pasti pronti), le cui vite vengono messe sottosopra dall'urgente necessità di sbarazzarsi del cadavere di un marito violento, strangolato in un momento di disperazione dalla più giovane del gruppo. Il Far East Film di Udine 2003 ha reso omaggio a Hirayama, che ha presenziato la prima internazionale del suo Out. Abbiamo incontrato Hirayama in tale occasione.

In tutti e tre i film presentati qui a Udine, Turn, Laughing Frog e Out, sembra che il problema della comunicazione sia capitale.
Sì, è un tema comune ai tre film. In Turn c'è una persona sola che cerca di stabilire una comunicazione con il mondo esterno. In Laughing Frog c'è il bisogno di comunicare tra i membri di una famiglia. In Out c'è una madre che non riesce a stabilire una comunicazione con il proprio figlio. Ma in quest'ultimo film c'è un aspetto del problema che vorrei sottolineare: alla fine, la madre non riesce a stabilire il contatto con il figlio. Il mio intento era di mostrare come non è strettamente necessario dover stabilire una comunicazione quando non è possibile, quando c'è totale mancanza di comunicabilità. Si può sempre sopravvivere e andare avanti.
Hirayama HideyukiIn tutti e tre i casi un evento molto strano è il motore che alla fine permette di stabilire una comunicazione: in Turn il contatto tra due mondi paralleli, in Laughing Frog la riapparizione di un marito scomparso e in Out lo smembramento di un cadavere.
Sì, ma vorrei chiarire che in questi film gli episodi e le persone che conducono al processo di instaurazione di una comunicazione mantengono tutti un certo livello di realtà. Ovviamente, nei film bisogna creare una meccanica che conduca alla comunicazione, ma credo davvero che gli eventi che capitano nei miei film non siano molto più strani di certe cose che capitano davvero nella vita di tutti i giorni.
Come è stato lavorare sul set di un film completamente al femminile come Out?
Mentre stavo realizzando Out mi trovavo a gestire un gruppo di donne tra i 40 e i 60 anni che non ero assolutamente in grado di capire ed ero consapevole di non poter capire. Non sapevo come comportarmi con questi personaggi, così col mio sceneggiatore, anche lui un uomo, abbiamo deciso di dare al film un orientamento poco rigido, per lasciare che si sviluppasse il più liberamente possibile durante le riprese. Mentre giravamo, abbiamo deciso di prestare attenzione alle reazioni delle attrici e ci siamo confrontati molto con loro per non imporre cose che a loro avviso non fossero accettabili. Quindi tutto ciò che la sceneggiatura diceva è stato sempre testato tramite la reazione delle attrici, ma non solo tramite la loro! Volevamo sapere la reazione di tutte le donne coinvolte nel progetto, quindi anche delle donne che lavoravano nella troupe. Il nostro scopo era di realizzare un film che fosse sintonizzato su ciò che le donne sentono e che fosse in grado di catturare il pubblico femminile.
Come sceglie di solito gli attori?
Nel caso di Turn il film è stato interamente concepito sull'immagine dell'attrice che interpreta Mori, Makise Riho. Lei è stata prescelta ancor prima di completare la definizione del personaggio. Per Out la scelta delle attrici si è basata su un casting intensivo.
Lei ha sempre lavorato con sceneggiatori diversi. Gli script su cui lavora sono commissioni offerte dagli studios o vengono da sue idee sviluppate poi da altri?
Generalmente si tratta di offerte. C'è di solito un'idea di fondo che individuo in precedenza. Per esempio Out è ispirato ad un romanzo di grande successo che ero interessato ad adattare per il grande schermo. Di solito però non seguo personalmente la fase della scrittura dei dialoghi. Lavoro con gli sceneggiatori per mettere in chiaro gli elementi più generali in gioco nel film, ma non intervengo nel processo di scrittura passo passo.
Pensa che il successo critico di Out cambierà in qualche modo la sua carriera?
Certamente il successo critico di Out e il fatto di essere stato scelto per rappresentare il mio paese agli Oscar sono una gioia personale. Ad ogni modo non penso che cambieranno la mia carriera o il mio lavoro di regista. Il vero punto di svolta per la mia carriera è stato il grande successo popolare di Gakkou no Kaidan. E' stato quel successo che mi ha dato davvero nuove opportunità. Non penso che il consenso dei critici per Out produrrà una svolta altrettanto radicale; d'altro canto, io continuerò a fare i miei film alla stessa maniera.

(Un grazie a Matteo Cestari per la traduzione dal giapponese)

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