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Intervista a Takahashi Gen

Friday, 04 March 2011 15:37 Armando Rotondi Interviste - Cinema
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takahashi_genTakahashi Gen è uno dei principali registi indipendenti nel panorama cinematografico giapponese e amministratore della Grand Cafe Pictures. Lo abbiamo incontrato in occasione del Glasgow Film Festival 2011, kermesse che ha visto la proiezione del suo straordinario Confessions of a Dog (2006), di cui è imminente l’uscita in dvd per il mercato anglofono.

 

 

Come ha iniziato la sua carriera cinematografica?
All’inizio della mia carriera lavoravo per una grande casa di produzione, la Toei. A dire la verità già da prima, a 17 anni, avevo intrapreso un’attività artistica come scrittore di manga, ma dopo alcuni anni che lavoravo in quell’ambiente, ho iniziato a trovarlo noioso. Ho deciso quindi di cambiare e tentare con il cinema, di cui sapevo poco o nulla. La mia formazione, tuttavia, è stata differente dalle successive e più giovani generazioni di filmmaker indipendenti. Io ho imparato e lavorato nei “professional studios” e nelle grandi case per poi diventare indipendente a tutti gli effetti. Cosa che invece non avviene oggi, perché si vuole essere indipendenti sin dall’inizio. Nella grande casa di produzione ho, invece, imparato a usare il budget, a stare sul set con gli attori e così via.

Confessions of a Dog è un film durissimo, che davvero suscita scalpore per come descrive l’ambiente corrotto della polizia giapponese. Come è nata l’idea per la pellicola?
Molti credono che il film sia ispirato ad alcuni eventi. In realtà non è così, poiché la pellicola non trova solo ispirazione da quello che succede. Quello che io racconto è tutto vero. Tutti gli elementi sono veri. Sono cose realmente accadute. È vero che il mondo della polizia giapponese è marcio, molto potente e che rappresenta la più grande associazione a delinquere che abbiamo in Giappone, che ha enorme potere decisionale nel traffico di armi e droga. Ci sono molti documentari a proposito, ma con Confessions of a Dog è la prima volta che questo argomento viene trattato in termini di pellicola di finzione. 

Un film del genere non deve aver avuto vita facile in patria. È difficile realizzare un’opera così? Che reazioni ha suscitato?
In realtà produrre la pellicola in sé è abbastanza semplice. I problemi arrivano in fase di distribuzione e promozione. In primo luogo per motivi puramente tecnici. Un film come questo, lungo più di tre ore, risulta poco appetibile per le sale cinematografiche e anche l’argomento trattato non è dei più popolari. Senza contare l’antipatia che suscita nell’ambiente della polizia, che, come detto, è molto potente. Il tema trattato, in effetti, non viene quasi mai menzionato dai principali media giapponesi. Se ne trovano traccie, invece, nei tabloid e su internet. Per quanto riguarda le reazioni, gran parte del pubblico è rimasto shockato, così come anche i critici che hanno pur dato buone recensioni e attribuito premi. Si tratta ovviamente di spettatori e critici interessati e che vanno contro il sistema. La maggior parte dei giornalisti e dei media hanno invece ignorato la pellicola.

In Confessions of a Dog si ritrova un’energia e un tocco epico che ricordano alcuni autori occidentali. Penso a Scorsese, Mann e al Curtis Hanson di L.A. Confidential (1997). Sono state sue fonti di ispirazione stilistica?
Molti critici mia hanno domandato se ho visto L.A. Confidential di Hanson. Il tema è simile, anche lì il mondo marcio della polizia di Los Angeles, ma non c’è stata nessuna forma di influenza per la mia pellicola. Almeno non diretta.

Tra gli elementi che saltano subito all’occhio in Confessions of a Dog c’è sicuramente la durata, più di tre ore. Ha mai pensato di tagliare il film e condensarlo?
Ho preparato una versione di due ore, ma non è per nulla la stessa cosa. Non è così potente. Ho bisogno di tre ore per spiegare come un uomo comune, il buon poliziotto Takeda dell’inizio, possa cambiare e possa trasformarsi in qualcun altro. Mi servono per mostrare come la corruzione possa prendere piede nelle persone e come un personaggio sostanzialmente buono al principio vada inesorabilmente verso la propria fine.

Un altro elemento di indubbio interesse è la straordinaria interpretazione di Sugata Shun nel ruolo del protagonista Takeda, all’inizio timido e semplice poliziotto quindi vero e proprio uomo del sistema, potente e corrotto. Come è stato scelto per il ruolo?
È un mio amico da oltre dieci anni. Ogni volta che ci incontriamo mi suscita sempre reazioni molto forti. Tuttavia non ha mai fatto ruoli principali, in linea di massima perché ha un “physique”, inteso anche come stazza e imponenza, troppo potente. Ma nel film è davvero eccezionale anche per come cambia il suo modo di recitare dopo il salto temporale di cinque anni, ovvero da quando era semplice poliziotto e a quando diventa detective.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Solitamente non lavoro mai su di un solo progetto e, difatti, anche ora ho più cose per le mani. Sto realizzando un lungometraggio, di produzione giapponese, sul codice legale in Giappone. È qualcosa di alquanto giuridico. Nello stesso tempo mi sto occupando di una produzione che è anche franco-canadese: una pellicola sui cittadini nippo-canadesi a Toronto.

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