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Intervista a Hein S. Seok

Sunday, 30 October 2011 21:21 Armando Rotondi Interviste - Cinema
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hein_s_seok_(foto_di_geekstinkbreath)Hein S. Seok è una giovane regista americano-coreana, diplomatasi in Storia dell’Arte e in Cinema presso la Tisch School of Arts della New York University e specializzatasi presso il California Institute of Arts. Dedicatasi alla regia e alla produzione documentaria, realizza nel 2008 The House of Sharing: si tratta di un lavoro toccante, che racconta le vite delle cosiddette “comfort women”, le donne costrette a prostituirsi dai soldati giapponesi durante l’occupazione della Corea nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Seok raccoglie le memorie delle ormai anziane sopravvissute che sono anche il cuore e l’anima del museo e dell’organizzazione The House of Sharing, da cui il nome del documentario, che da anni accudisce queste sopravvissute e lotta perché il governo giapponese riconosca i crimini commessi.

 

Come è entrata in contatto per la prima volta con l’organizzazione The House of Sharing e come è nata l’idea di ricavarne un documentario?
hein_s_seok_house_of_sharingHo saputo per la prima volta dell’esistenza delle “comfort women” coreane quindici anni fa. Erano schiave sessuali dei soldati giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Fino a oggi, le loro storie sono tra le e più toccanti che abbia mai sentito. Attraverso varie fonti, ho seguito i costanti sforzi, ancora senza successo, delle sopravvissute per ottenere delle scuse formali da parte del governo giapponese. Venendo a conoscenza di tutte queste cose, ho incominciato a infastidirmi del ritratto sensazionalistico fatto dai media riguardo la loro situazione. E mi infastidivo anche per il mio atteggiamento passivo nei confronti di questi organi di informazione. Per questo motivo andai in Corea nel 2005 e decisi di conoscere queste donne di persona. Attraverso il mio documentario The House of Sharing, ho voluto mostrare come l’essere state vittime di una tale crimine sia diventato “parte” del loro essere, di quello che sono oggi. Una grande “parte”, ma comunque solo una “parte” della loro persona. L’essere state “comfort women” non le definisce nel loro insieme. Noi siamo così ossessionati dal sentire il loro tragico passato, che ignoriamo davvero cosa ci vogliono dire e cosa vogliono da noi adesso. Credo che, se il film fosse stato solo sui crimini di guerra subiti, sarebbe stato molto più semplice da guardare, perché non c’è niente che possiamo fare per il passato tranne andare via con un po’ di rabbia dentro. Ma questo documentario riguarda l’attualità. Ho volute mostrare che c’è qualcosa che possiamo fare ora.

The House of Sharing è stato presentato al 9th Annual DC Asian Pacific American Film Festival nell’ottobre 2008 e quindi proiettato al San Diego Asian Film Festival, al Girlsfest e al 1001 Documentary Film Festival. Quali sono state le reazioni della critica e del pubblico?
Le reazioni sono state più calorose di quelle che mi sarei potuta aspettare. Ho raggiunto uno degli obiettivi prefissati. Molte persone, infatti, sono venute da me, dopo le proiezioni, chiedendo come avrebbero potuto dare una mano. 

Ci sono state reazioni o interessamenti da parte di esponenti politici o di associazioni per i diritti umani?
Credo che The House of Sharing sia un documentario il cui intento è mostrare la forza di certi individui, piuttosto che fare dichiarazioni politiche. Gruppi per i diritti umani hanno usato The House of Sharing per scopi educativi, ma mi hanno richiesto di aggiungere alcune sequenze di archivio riguardanti la guerra così come immagini delle “comfort women” scattate in campi di prigionia.

Qual è stato l’aspetto più interessante nel dirigere The House of Sharing? Che ricordo ha delle protagoniste del suo documentario?
Quando le vidi per la prima volta, ne ero terrorizzata. Nella mia mente, erano sorta di quelle figure “più grandi della vita”, in egual misura donne guerriere e anziane ormai dimenticate. Questa era l’unica immagine di loro che mi veniva dalla televisione. Arrivai a The House of Sharing e mi guardai intorno. Non appena vidi una delle sopravvissute, tornai di corsa alla mia macchina e andai via. Ero spaventata che mi potessero scambiare per un altro filmmaker venuto a infastidire e intromettermi nelle loro vite. Un paio di giorni dopo, mi feci coraggio e tornai indietro. Mi ero convinta che sarebbe stato davvero bellissimo lavorare lì anche solo come volontaria, se non mi avessero permesso di filmarle. Ma le cose andarono diversamente e queste donne hanno abbracciato il mio progetto in una maniera che non avrei mai potuto immaginare. Iniziai a chiamarle “halmuni”, ovvero “nonne” in coreano e, quando raccontai loro di come era scappata il primo giorno, risero davvero di gusto.

Quali sono i suoi progetti futuri? Ha in programma altri documentari di impegno sociale e civile?
Negli ultimo tre anni ho lavorato a tre documentari sui transfughi nordcoreani, mostrando la lotta di queste persone per aiutare le loro famiglie a scappare dalla Corea del Nord. Abbiamo filmato con successo una famiglia che attraversava di notte il fiume Tumen per andare dalla Corea del Nord in Cina, rischiando le loro vite, e nove transfughi nordcoreani in viaggio dalla Cina al Vietnam. Sì, mi interessano davvero molto queste storie legate a problematiche civili e sociali e credo che me ne occuperò ancora per un po’. Ma nulla vieta che in futuro possa realizzare anche documentari più divertenti.

 

L'immagine di Hein S. Seok è stata scattata da geekstinkbreath.
Per maggiori informazioni su The House of Sharing: http://thehouseofsharing.com


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