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Nakagami Kenji, MILLE ANNI DI PIACERE (1982)

Monday, 19 December 2011 13:56 Stefano Locati Libri - Giappone
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mille_anni_di_piacereSei racconti intrecciati a formare un romanzo polifonico e selvaggio con protagonisti sei discendenti della stirpe dei Nakamoto, portatori di un sangue stagnante e maledetto che li condanna invariabilmente a una bellezza struggente e a una fine prematura, preferibilmente violenta. A fare da collante è la voce di zia Oryu, vecchia levatrice che ha fatto nascere ciascuno di loro e che osserva dalla distanza, senza giudicare, il loro progressivo inabissamento. Un ritratto spietato e mistico di un Giappone segreto, spesso taciuto, che richiama nella prosa libera il ritmo del jazz e la Beat Generation, nei toni enigmaticamente insondabili e violenti William Faulkner, e nella volontà entomologica i romanzi di Oe Kenzaburo.

I sei protagonisti di Mille anni di piacere (Sen nen no yuraku) - Hanzo, Miyoshi, Fumihiko, Kou, Shinichiro e Tatsuo - sono totem di una irresistibile alterità, non assoggetta a logiche sociali precostituite. Ogni racconto, impregnato di voluttà erotica e violenza sadica, di ingenuità infantile e misticismo animista, percorre una parabola di perdizione che è anche, contemporaneamente, redenzione - o viceversa, in una commistione di piani e simboli. Non è un caso che la spettatrice privilegiata dei racconti sia la levatrice, che si accompagna a un sacerdote buddista che officia le morti - l'inizio e la fine, in un ciclo continuo e ininterrotto. I personaggi di Nakagami Kenji (1946-1992) sono costitutivamente altro rispetto alla norma dominante, e la loro bellezza quasi ultraterrena si accompagna all'impossibilità di trovare un posto durevole nel mondo, sempre costretti - dalla società o dai propri impulsi - a spingersi oltre, a travalicare barriere e comportamenti. E' questa ricerca vibrante e profonda, destinata invariabilmente al fallimento, a dare forza al romanzo, caricando le parole e le lunghe frasi di una ferocia quasi ipnotica. Il mondo che descrive Nakagami è primordiale, oscuro, mistico, sfuggente a catalogazioni sociali precostituite.
In un paese dominato dall'idea di omogeneità sociale come il Giappone, in cui ogni cittadino si sente appartenente a un'unica e sola "casta" indistinta, in una condivisione idealizzata e senza eccezioni (salvo l'imperatore), un cantore della diversità e marginalità come Nakagami Kenji diventa non solo indispensabile, ma essenziale, perché con la sua sola affermazione di esistenza, l'atto d'orgoglio nel dichiarare le proprie origini buraku, lo scrittore è in grado di scompaginare l'ideale e presentare in uno specchio impietoso le discriminazioni e l'indifferenza di cui l'ideale si serve per prosperare. Ecco così che i suoi racconti pullulano di figure liminali, non solo i burakumin, i fuoricasta (letteralmente "genti del villaggio"), destinati ai lavori più umili e all'emarginazione, protagonisti di Mille anni di piacere come di altri scritti, ma anche coreani di seconda generazione, minoranze Ainu e tutta la compagine di diseredati e sottobosco criminoso che animano i confini delle città. Un'umanità messa all'angolo che pure lotta rabbiosamente per emergere, sia pure trasgredendo le leggi, rinsaldando i legami comunitari all'interno dei ghetti in cui è rinchiusa - ghetti e baraccopoli che Nakagami inizia a chiamare "i Vicoli", per evocare l'idea di brulicante operosità e decadente bellezza che li percorre. Una vitalità trasmessa dalla sua scrittura evocativa e ancestrale: «Un neonato non era mai come un insetto, eppure nei Vicoli, che erano come un sogno fatto in una notte d'estate dai fiori bianchi emananti un dolce profumo, le vite nascevano l'una dopo l'altra senza fare cerimonie come le larve che pullulano in una pozza d'acqua. Zia Oryu pensava che queste vite in altri tempi avrebbero conosciuto solo una luce effimera prima di essere rimandate alle tenebre da genitori che non avevano nulla da mangiare, e sentiva che un neonato che piangeva e agitava mani e piedi era simile a un piccolo e nobile Budda più di ogni altra cosa, e le veniva voglia di mettersi a mani giunte perché quelle vite stesse che pullulavano come insetti erano qualcosa di cui essere grati.» (p. 63). Nakagami ripercorre la sacralità del sacrilegio, in cui i sottomessi rifiutano la sottomissione e preferiscono un martirio edonistico che assume contorni spirituali.
Con una accurata prefazione di Antonietta Pastore, responsabile anche dell'efficace traduzione dal giapponese, Mille anni di piacere è un testo intenso e rivelatore, non adatto a una lettura affrettata o superficiale, ma assolutamente indispensabile.


autore: Nakagami Kenji
casa editrice: Einaudi
anno: 2007
pagine: 274
prezzo: 17,50 euro
isbn: 978-88-06-14760-0
lingua: italiano

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