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In ricordo di Donald Richie

Wednesday, 20 February 2013 00:16 News - Notizie brevi
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richie_kurosawaIl decano degli studiosi di cinema giapponese, e in generale uno dei cantori più acuti della cultura del Sol Levante, Donald Richie, si è spento in un ospedale di Tokyo all'età di 88 anni. Definito dal giornalista Tom Wolfe come «il Lafcadio Hearn del nostro tempo, un tramite sottile, elegante e ingannevolmente semplice tra due culture confuse l’una dall’altra: quella giapponese e quella americana», è stato paragonato così al grande scrittore di fine Ottocento, americano ma considerato di fatto un autore giapponese.

Originario dell'Ohio, Richie era sbarcato per la prima volta in Giappone nel 1947, come marinaio di una nave al seguito delle forze d'occupazione, per le quali aveva poi trovato lavoro come dattilografo. Come raccontato in un'appassionata lecture per le Giornate del cinema muto di Pordenone (Sacile) nel 2005, trasgrediva sistematicamente le norme che vietavano al personale americano di mescolarsi con la popolazione locale e di frequentare gli stessi locali pubblici. E stato così che Richie, infilandosi in una sala cinematografica, venne folgorato da quel cinema così diverso da quello occidentale. Ha subito il fascino della cultura di quel paese, mettendo casa a Tokyo e divenendone poi uno dei più autorevoli osservatori.
Il risultato di quella prima infatuazione ha portato a più di trenta volumi di diari, narrativa e saggi. Una pionieristica storia della cinematografia nipponica, scritta insieme a Joseph L. Anderson nel 1959 e pubblicata anche in Italia, lo ha reso una delle massime autorità mondiali in merito. La prima di una serie di sue fondamentali storie del cinema e monografie (su Ozu, Kurosawa, Imamura).
I suoi diari sul Giappone, come il classico The Inland Sea, rimangono una preziosa testimonianza, ma anche una lucida analisi dell'evoluzione dirompente della cultura e della società (Richie è arrivato anche a occuparsi del fenomeno del Tamagochi) di un paese che ha mantenuto contemporaneamente salde le proprie radici nella tradizione.
Tra le varie attività del poliedrico Richie, va ricordata anche quella, meno nota, di filmmaker (ovviamente giapponese) d'avanguardia negli anni Sessanta, realizzando cortometraggi molto personali in 16mm, lavorando anche con amici artisti come il grande musicista Takemitsu Toru.
Da quell'approdo del 1947 alla sua scomparsa, Richie si è assentato dal Giappone solo per due brevi parentesi: per frequentare la Columbia University, dal 1949 al 1952, e per fare il curatore della sezione Film del Museum of Modern Art di New York. Il resto lo ha vissuto in quella che ha definito come «quella terra magica dove tutto sembra lo stesso, ma si comporta in maniera diversa».

Il decano degli studiosi di cinema giapponese, e più in generale uno dei cantori più acuti della cultura del Sol Levante, Donald Richie, si è spento in un ospedale di Tokyo all'età di 88 anni.

Definito dal giornalista Tom Wolfe come «il Lafcadio Hearn del nostro tempo, un tramite sottile, elegante e ingannevolmente semplice tra due culture confuse l’una dall’altra: quella giapponese e quella americana», paragonato così al grande scrittore di fine Ottocento, americano ma considerato di fatto un autore giapponese.

Originario dell'Ohio, Richie era sbarcato per la prima volta in Giappone nel 1947, come marinaio di una nave al seguito delle forze d'occupazione, per le quali aveva poi trovato lavoro come dattilografo. Come raccontato in un'appassionata lecture per le Giornate del cinema muto di Pordenone (Sacile) nel 2005, trasgrediva sistematicamente le norme che vietavano al personale americano di mescolarsi con la popolazione locale e di frequentare gli stessi locali pubblici. E stato così che Richie, infilandosi anche in una sala cinematografica, venne folgorato da quel cinema così diverso da quello occidentale. Ha subito il fascino della cultura di quel paese, mettendo casa a Tokyo e divenendone poi uno dei più autorevoli osservatori.

Il risultato di quella prima infatuazione ha portato a più di trenta volumi di diari, narrativa e saggi. Una pionieristica storia della cinematografia nipponica, scritta insieme a Joseph L. Anderson nel 1959 e pubblicata anche in Italia, lo ha reso una delle massime autorità mondiali in merito. La prima di una serie di sue fondamentali storie del cinema e monografie (su Ozu, Kurosawa, Imamura).

I suoi diari su Giappone, come il classico The Inland Sea, rimangono una preziosa testimonianza, ma anche una lucida analisi dell'evoluzione dirompente della cultura e della società (Richie è arrivato anche a occuparsi del fenomeno del Tamagochi) di un paese che ha mantenuto contemporaneamente salde le proprie radici nella tradizione.

Tra le varie attività del poliedrico Richie, va ricordata anche quella, meno nota, di filmmaker (ovviamente giapponese) d'avanguardia negli anni Sessanta, realizzando cortometraggi molto personali in 16mm, lavorando anche con amici artisti come il grande musicista Takemitsu Toru.

Da quell'approdo del 1947 alla sua scomparsa, Richie si è assentato dal Giappone solo per due brevi parentesi: per frequentare la Columbia University, dal 1949 al 1952, e per fare il curatore della sezione Film del Museum of Modern Art di New York. Il resto lo ha vissuto in quella che ha definito come «quella terra magica dove tutto sembra lo stesso, ma si comporta in maniera diversa».

 

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